A.C. 2564-A e abbinate
Grazie, Presidente. Oggi arrivano in Parlamento il primo confronto e le prime decisioni sulla riforma dell'ordinamento di Roma Capitale. È da lungo tempo atteso. È inutile e lungo ripercorrere la storia di questo eterno - quasi eterno - dibattito, perché il cosa fare di Roma, nel quadro dell'unità nazionale, e come considerare e organizzare la indiscutibile specialità del suo ruolo ha il tempo di Porta Pia e ha il luogo della mitica scrivania di Quintino Sella, che è ancora là, nello studio del Ministero dell'Economia, che fu all'epoca quello del Bilancio.
La storia italiana non ha ancora risolto quel problema, cioè coniugare l'universalismo di Roma con l'esercizio pratico della sua funzione di capitale, raccordo di storie diverse e cerniera geografica, storica, politica e anche spirituale della penisola. In breve, si può dire che Roma è stata sempre - forse ancora lo è - troppo importante per una Nazione né grande né piccola come l'Italia, la quale, forse proprio per questo, ha faticato e ancora fatica a viverla come la sua capitale. L'ha sentita e la sente lontana, capace di prendere ma non di restituire e troppo assimilata al potere.
Pesano su questo residui, ma ancora attivi, sentimenti nel senso comune italiano e forse un'antica e fondata esperienza delle genti italiche, ma anche le scelte che sono state fatte dopo il 1870 dalle classi dirigenti che, da “Roma o morte” al nuovo impero e ai compromessi della Prima Repubblica, hanno preferito sublimare, nel mito e negli aggiustamenti periodici di qualche grande evento o dei Giubilei, il vero problema, cioè dare a Roma una funzione chiara di capitalità democratica, con poteri e risorse adeguate per esercitarla in forme moderne, efficaci, utili e rispettose per l'intera comunità nazionale e per tutte le identità locali.
Roma - sembra assurdo doverlo sempre ricordare - è la sola capitale europea a non godere di un regime speciale di risorse e poteri adeguati a incarnare l'unità nazionale e tradurla in un efficiente sistema urbano utile non solo per i romani, ma per tutti i cittadini italiani. Si è tanto dibattuto sulle scelte possibili per superare questa anomalia e io non voglio tornarci, perché sarebbe persino noioso. Voglio solo ricordare che la Costituzione italiana dal 2001 - qui è stato richiamato questo punto - prevede all'articolo 114 una riserva per la definizione di una legge ordinaria che avrebbe dovuto organizzare la specialità amministrativa della capitale d'Italia, ma nulla se ne è fatto in tanti anni. Nel 1997 la senatrice Franca Prisco firmò la legge ordinaria prevista dalla Costituzione, che fu approvata al Senato ma non alla Camera.
Da allora mai più nulla. Per un'inerzia politica? Solo in parte. In realtà, per un problema istituzionale e costituzionale oggettivo perché l'approvazione contestuale di quella riserva del Titolo V della Costituzione e del nuovo e più forte rango legislativo delle regioni rendeva obsoleta già al suo avvio la norma della Costituzione su Roma, che limitava le sue prerogative al campo amministrativo. Quali sono i poteri amministrativi che oggi non ha il sindaco di Roma? È pieno. È commissario di tutto. Li esercita. Ma il problema è rimasto. Un corto circuito, quindi, dal quale non si è mai usciti e che ha portato infatti non ad una legge, ma ad una progressiva attribuzione - come dicevo poc'anzi - di numerose funzioni autonome, commissariali, su tantissimi aspetti amministrativi ai vari sindaci succedutisi nel tempo, funzioni che però non hanno risolto il problema di una vera e piena ristrutturazione e riforma dell'ordinamento di Roma. Da qui è nata l'esigenza di salire di scala e iniziare a prevedere un nuovo ritocco della Costituzione, che assegnasse alla capitale anche alcuni poteri legislativi in alcuni campi.
Nella scorsa legislatura questo confronto, che era partito anche su impulso del Partito Democratico già nel 2013, con la presentazione della prima proposta di legge in tale direzione (cui seguirono altre), giunse ad un momento alto di condivisione con l'approvazione - qui lo voglio ricordare - di un testo unificato della maggioranza che sosteneva il Governo Draghi in Commissione affari costituzionali e che, dopo mesi di audizioni, giunse in Aula. La crisi del Governo, proprio nel giorno in cui la proposta di legge era all'ordine del giorno, impedì di discuterla.
Quanto avvenuto nel corso di questa legislatura, dunque - vale la pena di ricordare anche questo -, non è uscito dal cilindro, e non certo da quello del Governo - qui voglio essere molto chiaro, signor Ministro - che ha deciso ad un certo momento di presentare un suo DDL costituzionale su Roma, che altro non era che una fotocopia - lo dico senza alcun tipo di minimizzazione del problema - di un testo già in discussione in Commissione e, di fatto, uguale a quello già citato della scorsa legislatura. Forse il Governo Meloni ha ritenuto che questo potesse essere la sola riforma costituzionale condivisa, entro certi limiti, che avrebbe potuto portare in porto.
E qui voglio anticipare già alcune delle motivazioni che ci portano, tra breve, ad astenerci dal voto. La prima è per l'appunto che il Governo ha tentato, già dal momento in cui fu approvato un testo base in Commissione, di appropriarsi dell'intera paternità della riforma, facendone uno strumento di propaganda. E questo è profondamente sbagliato sia per un sereno proseguimento del confronto, sia per lo stile di una riforma costituzionale che ha e deve avere - e l'esito del referendum sulla giustizia lo ha ribadito - ampi caratteri condivisi per essere riconosciuta da tutti gli italiani.
La seconda è che il testo di questo DDL, che andiamo adesso a votare, non è stato redatto dal Governo in solitaria passione, ma è stato scritto con il Campidoglio, con il sindaco di Roma - altrimenti non sarebbe passato nemmeno in Commissione per quanto ci riguarda - in un lavoro interistituzionale di reciproca collaborazione e confronto. È un testo che prevede l'attribuzione a Roma di facoltà legislative in 11 materie e che, nella relazione, prevede la parallela e contestuale approvazione, prima della quarta lettura delle due Aule, di una legge ordinaria che definisca poteri e risorse attraverso le quali quelle nuove funzioni possono davvero essere esercitate e non risultare una mera e semmai controproducente cornice.
Questo lavoro di redazione della legge ordinaria parallela è in uno stato avanzato.
Va dato atto che la conditio sine qua non posta dal Campidoglio è stata accolta dal Governo e che sul piano tecnico e giuridico il lavoro è maturo. Purtuttavia, la legge non è ancora all'attenzione del Parlamento e questa è la terza motivazione che ci induce oggi ad un voto di astensione costruttiva che potrà trasformarsi - vedremo - in un voto favorevole quando i due procedimenti si appaieranno come rondini in volo. Noi sentiamo profondamente l'esigenza storica di risolvere il tema della riforma dell'ordinamento di Roma Capitale. Il sindaco Gualtieri ha promosso in prima persona il processo di riforma, individuando e proponendo al Governo la strada e le garanzie migliori per concretizzarlo. Nel mondo in cui viviamo, in questa difficile epoca storica nella quale le grandi metropoli a vocazione internazionale come Roma, ma come anche altre, sono attraversate da processi profondi, rapidi e dinamici per quello che riguarda l'immigrazione, il teatro economico e finanziario, la riorganizzazione del sistema urbano, del lavoro e della mobilità, l'innovazione tecnologica e la domanda sociale di coesione e di diritti di cittadinanza, prevedere poteri pubblici più forti e strutturati significa mettersi nelle condizioni di avere spalle più forti e giocare da pari a pari - questo è il punto - con i grandi player mondiali, portatori di queste innovazioni ma accompagnati spesso, se lasciati da soli, da una visione di interesse solo privato.
E Roma ha un grande compito storico in più, ineludibile, che sta nel suo destino e nella sua origine: essere protagonista di una nuova idea di Occidente e di Mediterraneo, in un mondo che punti ad un nuovo governo mondiale, al riconoscimento del multilateralismo, alla pace e al dialogo.
C'è anche tutto questo nella prospettiva di una capitale d'Italia e della più grande capitale europea in termini di estensione territoriale, di accumulo di capitale naturale, di beni culturali e storico-archeologici e di soft power, che assume un profilo istituzionale e costituzionale più forte e che organizzerà il suo decentramento, rinnovato, secondo le scelte sovrane dell'assemblea capitolina al termine di questo percorso legislativo. Percorso che oggi ci vede in una posizione di astensione costruttiva, nell'attesa che tutte le condizioni poste dal Campidoglio, che riteniamo irrinunciabili, vengano soddisfatte pienamente.